Una stupida storia di Amicizia

Ci siamo incontrate la prima volta nell’ormai lontano 1996 in un tristissimo corridoio della Nave, la sede distaccata dell’Università di Pavia. Era anagraficamente un po’ più grandicella di me anche se a vederla così secca secca, bassina bassina, mi sembrava uno scricciolino: lì per lì ammetto che non mi ha fatto una grande impressione. Era iscritta allo stesso anno delle mie amiche, uno avanti al mio, e ci siamo ritrovate a dover dare l’esame di Fisica I allo stesso appello: anche se non mi è mai piaciuto studiare in gruppo, mi sono lanciata in questa avventura nella speranza che l’unione facesse la forza e da quel giorno non siamo più riuscite a dare un esame o una stupida prova in itinere da sole.

Lei frequentava un po’ a singhiozzo perchè tutti i giorni a pranzo veniva precettata dalla mamma per lavorare al suo bar: così quando non c’era io le passavo i miei appunti tutti belli colorati che lei immancabilmente si fotocopiava (in bianco e nero) e si rileggeva la sera… ha fatto più fotocopie lei in quegli anni di tutti gli studenti che frequentavano la facoltà.

I compiti erano ben definiti: per la teoria ognuno si leggeva le sue cose dopodichè ci confrontavamo sui dubbi e io ripetevo tutto a lei che assorbiva a modi spugna (mi deve ancora spiegare come) ogni dettaglio delle lezioni che non aveva seguito. Dopo aver ripetuto la teoria alla nausea eravamo a tre giorni dall’esame pratico e al primo tema d’esame io iniziavo a disperarmi perchè non avevo idea di come partire con il primo calcolo: allora lei passava qualche ora a consolarmi e a gasarmi un pochino e da lì non ci fermava più nessuno! Il giorno dell’esame ce la facevamo comunque sotto, ma avevamo risolto ogni singolo tema d’esame che fosse mai stato dato alle facoltà di Ingegneria o simili… e soprattutto eravamo insieme ad affrontarlo.

Poi c’erano i progetti con tanto di tesine: con la scusa che io scrivevo veloce al pc, lei mi si metteva di fianco e io arrivavo a sera con le dita anchilosate e gli occhi fuori dalle orbite… però non abbiamo mai sgarrato di una virgola.

Ecco che arriva il giorno della laurea: io la mattina, lei il pomeriggio… e da lì è iniziato il periodo di separazione: lei in Ariadne a Pavia, io a Milano per uno stage. Non è durato molto… giusto un annetto.

A settembre del 2003 ci risentiamo: “Sai che mi ha contattato una certa Capgemini per andare a lavorare da loro?” “Ma dai? Ha chiamato anche me! Tu cosa fai?”. Insomma… rieccoci a novembre di nuovo nella stessa stanza, allo stesso tavolo, sullo stesso progetto a scornarci esattamente come prima.

Sono passati 4 anni e mezzo: alti e bassi, litigate, separazioni, riunioni, pianti… un allontanamento che un po’ mi ha fatto paura ma che in quel momento era necessario.

Ora rieccoci un’altra volta nella stessa stanza, allo stesso tavolo, sullo stesso progetto a scornarci un’altra volta come prima: la cosa ridicola è che ci conosciamo a memoria, pensiamo le stesse cose nello stesso momento, giuste o sbagliate che siano. Non ci dobbiamo nemmeno parlare, ma ci basta guardarci in faccia per capire cosa stiamo pensando e per dire o scrivere la stessa frase nello stesso esatto momento. Discutiamo, questo è vero, ma non è forse bello poterlo fare sapendo che comunque il risultato sarà migliore di quello che otterremmo da sole?

Bè ammetto di aver sofferto, ma auguro a tutti di provare cosa voglia dire vivere un’Amicizia come quella mi unisce allo scricciolo di nome Samanta che mi tocca avere di fronte!

 

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